34 album a proprio nome, 61 come sideman e la partecipazione alla colonna sonora di nove importanti produzioni cinematografiche, sono numeri di tutto rispetto, soprattuto per un musicista come il quarantasettenne pianista Brad Mehldau che ha sempre mostrato una natura piuttosto schiva ed un’indole indipendente, che specie all’inizio della sua carriera hanno dato luogo a non pochi equivoci intorno alla sua personalità ed alla sua musica.
Una carriera, quella di Mehldau, che a dispetto del suo carattere sobrio esordisce tutt’altro che in sordina. Nel 1995, dopo una manciata di dischi per un paio di etichette indipendenti europee, il pianista di Jacksonville viene messo sotto contratto dalla Warner che ne fa uno dei propri artisti jazz di punta imponendogli un ritmo talmente serrato di uscite discografiche che finirà per destabilizzare il suo delicato equilibrio emotivo, provocando l’ostilità di molta della critica specializzata che spesso lo tratterà come l’ennesimo emulo di Bill Evans in mano ad una major.
Sono anni segnati da una drammatica riflessione sulla propria identità che porterà il giovane musicista ad una pericolosa deriva verso il mondo della droga.
Da un punto vista artistico, anni in cui Mehldau ricerca un modo organico per far convivere nel linguaggio jazzistico la molteplicità delle proprie influenze e delle proprie passioni che guardano con lo stesso rispetto tanto al rock ed al pop quanto alla musica classica del XIX secolo e al folk. E le dettagliate note di copertina che accompagnano i suoi primi dischi, da lui stesso curate, a volte in forma di dialogo socratico, altre come lunghe dissertazioni filosofiche sul rapporto fra musica, linguaggio e realtà, altre ancora come critica ai critici, sembrano voler chiarire al pubblico — ma prima ancora a se stesso — i cardini e le direzioni della propria musica.
Una musica che dopo una lunga e sofferta fase di autoanalisi trova finalmente una propria definizione ed un punto di equilibrio tra la fine degli anni Novanta e l’inizio del nuovo Millennio in dischi come “Elegiac Cycle”, Places” o “Anything Goes”, in cui l’artista si libera della necessità di dover provare a qualsiasi costo il proprio valore e riesce finalmente a dare vita ad un sound intriso di una serenità quasi Zen, che non cerca più una collocazione ma che accetta di essere semplicemente ciò che è. Ed oggi, a distanza di ventitré anni dal suo ingresso in Warner, Brad Mehldau è uno dei più importanti stilisti del jazz dell’ultimo quarto di secolo grazie ad un suono, un fraseggio ed un repertorio che lo rendono immediatamente distinguibile.
Nella novantatreesima puntata di The Tinseltown Tracks ascolteremo l’evolversi del suo stile attraverso una selezione di brani che abbraccia tutto l’arco temporale della sua carriera, in attesa dell’imminente pubblicazione del suo prossimo album “After Bach”, prevista per il 9 di marzo (e preceduta qui in Italia da un suo concerto per piano solo venerdì 16 febbraio alle ore 21 presso le OGR di Torino nell’ambito della rassegna “Piano Lessons”).
L’appuntamento è per venerdì 9 febbraio alle ore 21, ed in replica domenica 11 febbraio alle ore 14, come ogni settimana in compagnia di Massimo Milano.