Se per “fare arte” si intende la ricerca di nuovi modi di interpretare ed esprimere il sentimento, di leggere se stessi e il mondo, di pensare alla creatività come a qualcosa in costante mutazione, di sicuro l’intera vita di David Sylvian può essere considerata un’opera d’arte.
Sin dalla metà degli anni 70, a partire dal suo esordio con la band Japan, la sua musica definisce infatti nuovi canoni estetici, allontanandosi progressivamente dalle mode Glam e New Romantic dell’epoca per spingersi via via verso un suono sempre più globale e al tempo stesso capace di penetrare e di raccontare l’interiorità, la spiritualità e le inquietudini dell’uomo in relazione alla propria condizione di fragilità.
Archiviata nel 1982 la sua esperienza di bandleader, Sylvian scrive l’anno successivo insieme a Ryuichi Sakamoto quella “Forbidden Colors” per il film “Merry Christmas Mister Lawrence” di Nagisa Oshima che diventerà uno dei grandi classici degli anni Ottanta, e che tre lustri dopo le incursioni di George Harrison nella cultura indiana riapre le porte verso un Oriente ancora più lontano. Un Oriente che stimola Sylvian ad un profondo lavoro di introspezione, che si traduce in un graduale slittamento della sua musica verso l’estetica ambient, fatta di tempi più dilatati e di sperimentazioni — spesso anche ardite — sui timbri e sul colore. Caratteristiche che si riscontrano già in “Brilliant Trees”, suo album d’esordio del 1984, e che assumono una forma decisamente più definita nei successivi “Gone To Earth”, in collaborazione con Robert Fripp dei King Crimson, e in “Secrets Of The Beehive”, in cui Sylvian ritorna a lavorare con Sakamoto. “Dead Bees On A Cake”, pubblicato nel 1999, dopo una lunga pausa discografica, rappresenta invece un episodio a sé in quanto ritrae il cantautore inglese in una sorta di stato di grazia sentimentale ed esistenziale che purtroppo verrà interrotto poco tempo dopo a causa della drammatica e inattesa separazione dalla moglie. Un evento che porterà Sylvian a spingersi verso territori sonori in cui le certezze della forma tradizionale vengono messe completamente in discussione per fare spazio agli aspetti aleatori della musica dando vita ad un sound che privilegia la decostruzione delle strutture e l’improvvisazione.
Ma nella novantesima puntata di The Tinseltown Tracks noi ci concentreremo soprattutto sulla parte centrale della carriera dell’artista londinese, ovvero su quella fase in cui il suo rapporto con l’Asia, con tutte le implicazioni che esso produce, lo consacra a pieno titolo come uno dei grandi maîtres à penser della musica contemporanea.
L’appuntamento è per venerdì 19 gennaio alle ore 21, ed in replica domenica 21 gennaio alle ore 14, come ogni settimana in compagnia di Massimo Milano.