TTT - logo 075Sono gli Anni Venti, gli anni della Swing Era, anni in cui i piccoli gruppi che fino al decennio precedente avevano reso popolare quel neonato genere musicale chiamato “jazz”, si trasformano in vere e proprie orchestre da ballo. E’ l’epoca delle Big Band, che schierano un grande ensemble di fiati dando vita ad un muro di suono, sinuoso e dinamico, sostenuto da una sezione ritmica leggera che fornisce quel beat in levare che è l’anima della danza swing. E New York — come sempre anticipatrice di tendenze e di nuove direzioni musicali — offre in quel periodo le migliori formazioni disponibili sul mercato. Al Cotton Club, Fletcher Henderson, Duke Ellington e Cab Calloway; al Savoy l’orchestra di Chick Webb che duella con quella di Count Basie. Sempre in quegli anni, intrisi di pregiudizio razziale, nascono anche le big band guidate da bandleader bianchi come Benny Goodman, Stan Kenton, Glenn Miller e Tommy Dorsey, rigorosamente caucasici e di bella presenza, per rassicurare un pubblico WASP che voleva, sì, ballare, ma non aveva alcuna intenzione di farlo nei luoghi o secondo i rituali della gente afro-americana.
A partire dal dopoguerra, la big band inizia ad espandere il proprio linguaggio, a muoversi in direzioni diverse e ad incorporare nel proprio organico strumenti provenienti da altre tradizioni musicali. E a partire dalla fine degli anni Sessanta fino a tutti gli anni Settanta, arrangiatori come Gil Evans, Charlie Haden, Thad Jones, Mel Lewis e Don Ellis ne rivoluzionano forme e contenuti facendone uno dei veicoli privilegiati per la sperimentazione e la contaminazione fra generi e stili.
Sul finire degli anni Ottanta, il neo-tradizionalismo musicale teorizzato da personaggi come Wynton Marsalis — in opposizione al sound dell’era fusion, considerato spurio e troppo commerciale — recupera in modo filologico il suono originario delle big band, rimette tutti in giacca e cravatta a dà inizio ad un processo di legittimazione colta dell’orchestra jazz portando il suo repertorio nelle grandi sale da concerto, nel tentativo di costruire una sorta di nuovo classicismo americano.
Nella settantacinquesima puntata di The Tinseltown Tracks salteremo a piè pari quest’ultimo periodo, che a conti fatti ci sembra (almeno da un punto di vista musicale) il meno interessante, per concentrarci invece sulle grandi innovazioni degli Anni 60 e 70 e su ciò che resta ai nostri giorni di quello spirito avventuroso sempre alla ricerca di nuovi orizzonti sonori da esplorare.
L’appuntamento è per venerdì 7 luglio alle ore 21, ed in replica domenica 9 luglio alle ore 14, come ogni settimana in compagnia di Massimo Milano.

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