TTT - logo 052Quindici anni fa, più o meno in questi stessi giorni, ci lasciava George Harrison, quello da sempre definito come il “terzo beatle”, e in quanto tale anche quello numerologicamente più incline e predisposto alla volontà di trasformarsi e di migliorarsi.
Ed effettivamente tutta la vita di Harrison, a partire — come diceva lui — dal suo “risveglio” (alludendo alla sua ritrovata coscienza spirituale) nel 1966, è un costante percorso in evoluzione, una liberazione dal mondo dell’apparenza, da quel “velo di Maya” che mantiene gli individui in una sorta di letargo, separandoli dalla vera essenza della realtà.
E anche da un punto di vista musicale, la traiettoria di Harrison può essere letta come un unico lungo cammino in divenire. Se all’interno dei Beatles il suo talento viene penalizzato dall’ego ipertrofico del tandem Lennon/McCartney che spesso non gli concede spazi, è proprio il suo approssimarsi alla cultura ed alla musica dell’India, intorno al 1965, che imprime un cambiamento definitivo al suono ed all’estetica del gruppo, con riverberazioni che investono tutto il panorama musicale dell’epoca.
In quegli anni di rottura con la tradizione del pop, la musica di Harrison incorpora visibilmente una strumentazione ed un sound esplicitamente derivati dalla musica classica indostana, ma a partire dal suo primo disco da solista, quel monumento intitolato “All Things Must Pass”, il suo suono si definisce compiutamente e risulta essere un luogo ideale in cui il folk, il blues, il rock e soprattutto il soul si incontrano filtrati attraverso quella sensibilità tipicamente harrisoniana sospesa fra spiritualità, ironia ed una vena costante di malinconia.
Nella cinquantaduesima puntata di The Tinseltown Tracks spazieremo su tutta la sua carriera solistica che va dal 1970 al 2001, anno della sua prematura scomparsa.
L’appuntamento è per venerdì 9 dicembre alle ore 21, con replica domenica 11 dicembre alle ore 14, sempre in compagnia di Massimo Milano.

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