GiorgioFalettidi Dario Castelletti
Era il maggio del 2008. Per la seconda volta la Fiera del Libro organizzava Voltapagina, una delle iniziative più interessanti a cui mi sia mai capitato di partecipare e che poi ho avuto la fortuna di raccontare ai miei ascoltatori. All’epoca ero corrispondente di jalla!jalla!, il magazine di costume e società di Popolare Network. Raccontavo delle storie e il mio amico Paolo Maggioni, che conduceva il programma, le accoglieva come sue. Il programma aveva una grande unità d’intenti, funzionava bene e trovarle, queste storie, era un grande piacere.
La casa di reclusione Rodolfo Morandi a Saluzzo detta beffardamente “La Felicina” (per una cascina così denominata che si trova poco distante) è il teatro di questa storia che è allo stesso tempo il mio omaggio alla persona e alla figura di Giorgio Faletti. Voltapagina apriva le porte del carcere agli scrittori e li poneva di fronte ad una platea inusuale e severissima, quella dei detenuti. Fra i vari scrittori chiamati in causa in quell’edizione, spiccava certamente Giorgio Faletti, attesissimo dalla popolazione del carcere tutta, intendo proprio tutta: direttore, polizia penitenziaria e ovviamente i reclusi che avevano divorato i suoi libri e che non vedevano l’ora di parlarne con lui e con Vito Catozzo e con Carlino e con Suor Daliso e con il testimone di Bagnacavallo e magari anche con Franco Tamburini, lo stilista di Abbiategrasso.
Nel file audio che ripropongo c’è il racconto dettagliato dello scambio avvenuto fra Giorgio e i carcerati, non mi dilungo quindi nel ripercorrere quello che accadde. Domani dalle 11.00 potrete risentire tutto e noterete come rispetto ai volumi che raccolsi in quei giorni, quello dell’incontro di Giorgio mi fu impossibile registrarlo non distorto: troppe risate e quindi volume della voce più alto del normale per cercare di coprirle e andare avanti, altrimenti probabilmente saremmo ancora lì.
Quello che voglio raccontarvi invece è il dopo Voltapagina, il ritorno a casa insieme.
In un’auto messa a disposizione dalla Fiera del Libro, un gentile autista riportava alla libertà Giorgio Faletti e il sottoscritto. Dovete sapere due cose: la prima è che io ho svolto il servizio civile in carcere e precisamente nel carcere minorile di Torino, il Ferrante Aporti. Pertanto quando parlo di ritorno alla libertà so cosa dico. Stare in un luogo formalmente chiuso, con mura di un’altezza alla quale è difficile dare una descrizione e con qualsiasi finestra sbarrata, è un’esperienza molto dura anche solo per qualche ora. La seconda è legata ad una somiglianza impressionante con una persona molto importante della mia vita che purtroppo non c’è più, se ne era andata pochi anni prima di quel maggio del 2008.
Mio zio Mauro era un professore di matematica e quel suo status di formatore, di sapiente, di erudito, mi rendeva ancora più sorprendenti ed emozionanti le sue versioni istrioniche e divertenti, in alcuni casi perfino comiche. Capirete facilmente quindi quanto la somiglianza fisica, aumentata da quella caratteriale, rendesse per me speciale il ritorno a casa con Giorgio. Certo potevo solo presupporlo, non conoscevo Faletti e di conseguenza non potevo essere sicuro che la somiglianza fisica con mio zio potesse trovare conferme anche in quella caratteriale.
Non sapevo come dirglielo, però volevo a tutti i costi condividere questa cosa con lui, anche a rischio di rendermi ridicolo, anche a rischio di subire una delusione dalla sua reazione. Presi il coraggio a “parecchie” mani e partii: gli parlai di zio Mauro, di quanto fossimo vicini, di quanto avessi imparato da lui, di quanto mi mancava, insomma di tutti quegli aspetti che fanno parte delle nostre sofferenze più profonde, anche più intime e che quando si verbalizzano o si scrivono, corriamo sempre il rischio di banalizzare retoricamente. Sono i nostri ricordi, in fondo è la nostra vita e i sentimenti presi per quello che sono, se condivisi, credo siano un dono che si fa agli altri e quindi per questo corsi quel rischio, un po’ come sto facendo ora con voi. Avrei potuto scegliere la strada del classico coccodrillo, magari condito da qualche considerazione sul fatto che la sua attività abbia diviso la critica bacchettona e fichetta del nostro paese quando era vivo, figuriamoci ora che non c’è più. Avrei potuto avventurarmi nell’esegesi di un artista popolare, ma anche alto, di un giullare, ma anche di un letterato. No, preferisco questa strada.
Maggio 2008, le sette di sera circa. In una macchina su una statale qualsiasi del Piemonte ci sono tre persone che fino a qualche ora prima nulla sapevano una dell’altra. Durante la mia “confessione” l’autista della Fiera del Libro aveva spento la radio, Giorgio sedeva davanti ed io dietro in mezzo ai due sedili con i gomiti appoggiati agli schienali dei due posti anteriori. Sembravamo tre amici in partenza per un viaggio.
Giorgio mi ascoltò attento e divertito, senza interrompermi mai, ma dando la sensazione di grande interesse, avete presente quanto state raccontando qualcosa a qualcuno e sentite che state toccando le corse giuste? Ecco era una situazione così. Gli dissi della somiglianza.
Dopo qualche minuto fatto di sospiri, sguardi e commenti vari al paesaggio dell’astigiano, Faletti d’improvviso iniziò a raccontarmi dell’isola dell’Elba, di quanto gli piacesse vivere lì, di come si apriva l’orizzonte davanti alla sua finestra, proprio sopra allo scrittoio dove lavorava nella sua casa sull’isola. Un orizzonte fatto di mare chiaramente, un orizzonte che pensava lo avrebbe stancato presto, con il rischio costante della ripetitività, ma che invece in quel momento gli mancava terribilmente. Mi raccontò di un cane e di come tutti i suoi pregiudizi sul tenere un cane, crollarono di fronte ad un avvenimento. Una storia talmente personale che in questo caso non mi sento di condividere, a tratti per altro anche molto divertente, ma troppo vicina all’ictus che lo colpì per poter essere raccontata.
Giorgio mi diede qualcosa in cambio, poteva scegliere strade più brevi, certamente più fredde e rapide per liquidare la mia storia, la storia di zio Mauro e dei miei legami con lui. Ed invece scelse di contraccambiare. Non mi sbagliavo nemmeno sulla somiglianza caratteriale.
Ormai sono le otto passate e l’auto giunge alla prima destinazione, quella di Giorgio, si doveva fermare prima di Torino, coglieva l’occasione per andare a salutare i suoi parenti. Non capitava spesso d’altronde, non appena avesse potuto infatti sarebbe riscappato all’Elba. Quella volta però non poteva dire di no, era troppo vicino ad una delle case della sua vita. Giorgio Faletti ne ha vissute tante di vite, in un tempo certamente troppo breve, proprio come mio zio: comico, attore, scrittore, cantante, compositore. Ha avuto molto successo, mi diceva di aver avuto molta fortuna.
Io non so se è così, di certo però ha avuto in dono dal destino una grande umanità: altrimenti una volta sceso dalla macchina e attendendo che io a mia volta scendessi per passare davanti, non mi avrebbe messo la mano fra il collo e la spalla (facendo uno di quei gesti che si fanno in famiglia, quando si è abituati a salutarsi, ma quando si sente anche che quel saluto deve essere speciale) e stringendomi non mi avrebbe detto:”…grazie di avermi raccontato dello zio, spero di esserne stato all’altezza”.
Poi mi sorrise, io guardai quegli occhi azzurri e ci abbracciamo. Forte, come facevo con zio Mauro.

Grazie Giorgio, dei tuoi libri, dei tuoi personaggi, della tua musica e di quei chilometri insieme.