CittàScienzaNapolidi Salvatore Patanè aka Drugo Lebowsky
…cantava così Irene Grandi, ma ciò che è successo alla Città della Scienza di Napoli merita la congiunzione “e”: bruci la città e viva nel terrore!
Senza essere Nostradamus, è quasi certo che i sospetti di De Magistris e di Saviano sull’origine dolosa dell’incendio corrispondano alla realtà.
La distruzione della Città della Scienza porta con sé diversi segnali di preoccupazione: l’ombra dei clan sulla cementificazione di Bagnoli e/o un segno forte contro l’amministrazione comunale.
Lascio alla magistratura il compito di indagare e mi soffermo da scienziato su questa tragedia.
Il primo pensiero, non appena sono venuto a conoscenza dell’incendio, è stato che in un paese dove la scienza viene veramente curata questo non sarebbe accaduto.
Intendiamoci non parlo della possibilità che qualche pazzo o qualche organizzazione appicchi un incendio, ma mi viene da pensare che negli Stati Uniti, in Germania, in Gran Bretagna la stessa città della scienza non avrebbe mai subito un danno simile: essa sarebbe stata costruita, per quanto possibile, in materiale ignifugo, con un sistema sperimentale di ultima generazione, antincendio e di videosorveglianza creato da studenti di ingegneria e con sensori in grado di rilevare la presenza di fumo in quantità millesimali.
Ho subito pensato che quell’incendio è lo specchio della scienza in Italia: una massa di ottime menti che, in pratica volontariamente, occupa degli spazi messi a disposizione da uno stato che investe poco su di loro, riuscendo ad ottenere molto con poco. Quei risultati poi vanno in fumo, è il caso di dirlo, quando bisogna avanzare e salire di livello, ci si scoraggia non si trovano più le forze e il progetto decade sotto il fuoco di uno Stato assente.
E’ lo specchio di uno Stato capace di costruire parchi tecnologici senza calcolare che per mantenerli aperti e produttivi dovrebbero andare a lavorarci gruppi di ricerca con budget da primato mondiale, di uno Stato che stanzia soldi per il rientro dei cervelli senza calcolare che a quei cervelli non serve solamente uno stipendio ma anche dei fondi con cui effettuare le proprie ricerche, uno Stato in grado di licenziare dall’ Istituto dei Tumori di Genova un luminare come Lucio Luzzatto che ha deciso di rimettersi a disposizione del paese rinunciando al suo posto al “Memorial Sloan Kettering Cancer Center” (New York) (n.d.r. Al momento attuale, per fortuna, Luzzato è direttore scientifico dell’ Istituto Tumori Toscano)
Sull’onda dell’emozione tutti chiedono di trovare i fondi per ricostruire immediatamente la Città della Scienza, sarebbe un bel segno, di grande impatto, una buona risposta.
Io penso, però, che la migliore risposta sia chiedere scusa per i fondi stanziati per la ricerca nazionale quest’anno dal Ministero per l’Università e la Ricerca: 38 milioni di euro per tutte le università di tutta l’Italia di qualsiasi disciplina (medica, biologica, ingegneristica, elettronica, chimica, fisica, di lettere, ecc.). Lo scorso anno la cifra sembrò ridicola, 170 milioni di euro, ma non c’è mai il limite al peggio in questa Italia.