GrilloStonedi Dario Castelletti
Forse il punto è proprio questo. La politica per come si è rappresentata negli ultimi anni (e sono stato buono perché potrei andare anche molto più indietro) è inguardabile, da qualsiasi prospettiva. Sgombriamo subito il campo però: io non penso che tutti siano uguali, non l’ho mai pensato. L’ho trovato anzi sempre molto irritante, un ragionamento beceramente qualunquistico e che tarpa le ali a qualsiasi forma di confronto. È per questo che ho sempre votato, che ho sempre partecipato, perché le persone non sono uguali, perché sentivo di fidarmi, perché da quando mio padre orientò la mia formazione (ancora grazie Giancarlo) facendomi leggere Gli anni del manganello di Walter Tobagi, capii subito da che parte stare, senza incertezze. E francamente continuo a credere profondamente che alcuni comportamenti siano giusti e altri no, non da un punto di vista morale, ma da un punto di vista umano. E qui arriviamo alla prima nota dolentissima: la convenienza. Le ultime parole che Pierluigi Bersani ha pronunciato prima del silenzio erano piene di convenienza, per le imprese che dovevano avere un ritorno per assumere a tempo indeterminato, per i professionisti che devono sentirsi motivati a non evadere le tasse e così via. Convenienza? Che senso ha usare questa parola? Perchè allontanarsi così tanto dalla propria identità? Allora è vero che 20 anni di Berlusconi hanno cambiato, fra le tante altre cose, anche il nostro linguaggio. In quel momento ho percepito un forte stridore ed un abisso fra chi le pronunciava e il tanto citato paese reale. Sapete, forse non è neanche una questione di proposte o di possibili soluzioni, ma di etica pubblica. Bersani è certamente un uomo per bene, così come la stragrande parte della classe dirigente del partito che presiede. Il problema sta nel come camminano, come si muovono, come parlano, come sorridono, come vivono. Non c’è bisogno di insinuare che tutti abbiano straguadagnato, lucrato sui rimborsi, che tutti si siano fatti eleggere per trovare la soluzione definitiva alla propria esistenza. No, bastano lo sprezzo e l’incuria con i quali si sono auto-rappresentati. Le parole sbagliate che hanno usato, gli sguardi furbi che hanno lanciato, le amicizie influenti di cui si sono vantati, i giornalisti giusti con cui prendere l’aperitivo, le cattiverie che fra compagni di partito si sono costantemente ed anche pubblicamente scambiati, inasprendo la tensione sociale e sturando comportamenti che poi correvano a censurare.
In questi ultimi mesi di campagna elettorale abbiamo dovuto subire insulti alla nostra intelligenza di ogni tipo: Giannino che si è svegliato dal torpore nel quale aveva difeso Berlusconi per circa un ventennio (lo metto al primo posto perché quel ridicolo 1% che ha movimentato, ha per 2 mesi intasato caselle mail e social network di stupidaggini così evidenti che per fortuna è solo un 1%), Ingroia che ha deciso di farsi una vacanza in politica, distraendo un bel 2% circa di elettori da un voto serio così giusto per vedere l’effetto che fa. Monti che pretendeva di parlare al paese senza fisicamente aprire la bocca e le poche cose trapelate avevano sempre il sapore del cazziatone. Berlusconi che in 2 settimane di campagna elettorale ha rimontato l’abisso che lo separava dal Pd sempre in un quadro di battutacce, rutti, squallore e ammiccammenti vari, tutto il repertorio insomma.
E allora mi e vi chiedo: ma è questa la politica? Certo, qualcuno potrebbe rispondermi che la Prima Repubblica almeno aveva il senso della decenza, ecc ecc. Non credo basti e sono certo che neanche quella fosse la vera politica. Io non so se il Movimento 5 Stelle rappresenti ciò che dovrebbe essere la cosa pubblica, non ho la sfera di cristallo e a dire il vero molti dei metodi scelti e delle cose dette sono lontani anni luce dalle mie posizioni: mi spaventano le sparate sull’Euro e sull’Europa, una certa reticenza alla chiarezza sulle unioni di fatto fra qualsiasi genere, la superficialità mostrata in materia di ius soli. Dicono di avere dei valori ed è proprio su questo punto che si misurerà il loro successo o il loro fallimento, ovvero sull’essere in grado di rispettare il fatto che se hanno potuto scrivere una pagina di storia della politica italiana è perchè qualcuno ha apparecchiato un sistema di cose che certamente altri hanno rovinato, ma che in se stesso, ontologicamente insomma, è foriero del bene primario: la libertà.
A loro il compito di rispettarla, anche magari evitando stupidaggini come matite da succhiare o saltimbanchi con tanto di Nobel al Quirinale.