SteveDa qualche settimana il mondo della cultura ed in particolare quello del cinema della nostra città, dibatte intensamente non solo sul futuro del Torino Film Festival, ma anche (e purtroppo forse soprattutto) su presunte e malcelate slotte intestine che di certo non stanno facendo bene al sistema. In una lettera aperta indirizzata a giornali e istituzioni, il Presidente della Film Commission Piemontese Steve Della Casa fa chiarezza sulle polemiche sorte dopo il rifiuto di Gabriele Salvatores di dirigere il prossimo Torino Film Festival. Una ricostruzione che vi riportiamo propio qui sotto e che verrà ulteriormente approfondita durante la puntata di Flash Town di mercoledì 19 dicembre:

Scrivo queste righe solo per precisare alcuni passaggi a proposito di quella che è stata definita “la guerra del TFF”. Non so se di guerra si sia trattato, ma sicuramente di uno scontro che ha avuto molte zone opache. Siccome l’opacità non mi piace, cerco almeno da parte mia di fare chiarezza. Un amico che stimo, politico di lungo corso sulla scena torinese, mi ha proposto la seguente ricostruzione dei fatti che (a detta sua) circola in molti ambienti cittadini. La scadenza del mio mandato come presidente di Film Commission mi avrebbe reso desideroso di procurarmi un nuovo posto di lavoro. Avrei per questo chiesto a Barbera, nominato direttore del Festival di Venezia, di lasciarmi il suo posto come direttore del Museo. Al suo rifiuto, mi sarei attivato per sponsorizzare Gabriele Salvatores quale nuovo direttore del TFF chiedendo per me il posto di vicedirettore. Questo mio arrivo avrebbe dovuto coincidere con l’azzeramento del gruppo di lavoro che in questi anni ha fatto il festival e al tempo stesso, per mettere tutti di fronte al fatto compiuto, avrei volutamente fatto filtrare la notizia mentre Gianni Amelio stava lavorando al festival stesso. Credo che a questo alluda l’assessore Braccialarghe quando parla di notizia fatta filtrare in tempi sbagliati.
È una ricostruzione che offende non solo la mia correttezza, ma anche la mia intelligenza. Credo che Ugo Nespolo ricordi assai bene che l’ipotesi di una direzione Salvatores lo aveva molto intrigato quando ne parlò con me nel febbraio scorso: in quell’occasione ebbi da lui il mandato di sondare la disponibilità di Salvatores. Credo che i vari collaboratori del festival che ne hanno parlato con me a più riprese manifestando entusiasmo per tale soluzione possano confermare che, nei contatti informali (ripeto: informali) che hanno riguardato il mio vecchio amico Gabriele, non è mai stata nemmeno presa in considerazione l’ipotesi di azzerare i collaboratori, alcuni dei quali mi risulta siano dipendenti. Salvatores invece, come è prassi comune per qualunque direttore di festival sia esso di cinema, teatro, musica, chiese di poter scegliere i selezionatori (liberi professionisti con contratto di consulenza ): tra questi mi chiese di essere il coordinatore. Fino a quel momento l’ipotesi di un mio ritorno al Festival non mi era neanche passata per la testa. Risposi che ci avrei pensato, ritenendomi onorato della proposta.
Ne parlai prontamente, nel mese di maggio, con Alberto Barbera. Fu una discussione franca, nella quale come era abitudine non ci nascondemmo niente. Lui disse che Emanuela Martini aveva rapporti internazionali tali da sostenere da sola la struttura del TFF. Io gli dissi che non mi sembrava plausibile: il festival esiste da trent’anni, Emanuela ci lavora da sei e non mi sembrava che le precedenti edizioni avessero mancato di rilevanza internazionale. Fu l’unica volta che affrontammo l’argomento, mentre con Ugo Nespolo ebbi ulteriori colloqui.
Due precisazioni sono necessarie. La prima: non ho mai offerto (non ne avrei avuto alcun diritto) a Salvatores alcun ruolo dentro il TFF, ho solo sondato una sua disponibilità, mi sembrava un’ottima scelta e per essa mi sono speso. La seconda: quando la notizia uscì sui giornali ne parlai brevemente con l’assessore Coppola (che era presente al primo colloquio con Ugo Nespolo), e lui espresse un suo parere favorevole ma che a sua volta rimandava come è giusto la decisione alle sedi competenti. Per me quella fu una conferma di quanto Coppola stesso avesse a cuore il sistema cinema al di là delle collocazioni politiche, visto che né Salvatores né il sottoscritto sono ascrivibili alle sue posizioni. Se mi si consente ancora una precisazione, vorrei sottolineare il fatto che nel frattempo ho continuato il mio lavoro in Film Commission, ho diretto il Roma Fiction Fest e ho mantenuto il mio programma su Radio Rai; inoltre, ho pubblicato un libro che ha avuto un certo successo e avuto alcuni riconoscimenti. Insomma, come disoccupato di lusso (sia pure in prospettiva) ho avuto il mio da fare.
Questo per quanto mi riguarda. Per quanto riguarda gli altri attori di questa vicenda posso constatare che la disponibilità di un premio Oscar a dirigere il nostro festival è stata considerata come un’interferenza poco gradita. Se si ha piacere di lavorare con un prestigioso nome internazionale della cultura, non gli si prospetta un suo impiego solo se accetta di non poter scegliere neanche un collaboratore. Tutto questo ha di fatto reso vana la disponibilità che i due assessori Coppola e Braccialarghe hanno poi dimostrato recandosi a parlare in trasferta con il regista di Mediterraneo.
Perché si è giunti a tale avvilente punto di non ritorno? Qui entra in gioco l’opacità di cui parlavo prima. Le ipotesi sono tante e nessuno se non i protagonisti potrà confermarle o smentirle. Però è assai arduo fugare il sospetto che ci sia qualche nesso tra la doppia imbarazzante posizione professionale di Alberto Barbera e quanto è stato fatto (o non fatto) per una soluzione così prestigiosa . Così come appare assai strano che l’unico nome che circola per quel ruolo sia quello di uno sconosciuto regista francese che ha però con Barbera una relazione amicale molto stretta. Teoricamente quel nome avrebbe dovuto uscire dalla riunione del comitato di gestione del Museo stesso. Francamente mi domando chi dei suoi componenti conoscesse fino a 48 ore fa il nome di Roland Chammah. E chi si assumerà – eventualmente – la responsabilità di proporlo quale alternativa a un premio Oscar.
In ogni caso, oggi l’ipotesi Salvatores è definitivamente tramontata. Per quanto mi riguarda, dunque, l’affare è chiuso e non me ne occuperò più. Ritengo ragionevolmente che il futuro mi porti altrove. Ma per il mio trentacinquennale impegno sul campo del cinema sotto la Mole, non posso nascondermi la preoccupazione per le conseguenze che tali opacità avranno sul futuro del nostro sistema cinema. Da un lato un evidente conflitto di interesse, mai visto sullo scenario torinese le cui conseguenze sono un danno di immagine e di credibilità che non sembrano essere ancora ben comprese da tutti. Per fortuna ci sono energie sane e più giovani che operano sul territorio: Film Commission e Fip in parte già lo sono, in futuro ancor più saranno gestite da quarantenni quali Davide Bracco, Paolo Manera e Paolo Tenna, nello staff del festival ci sono ottimi professionisti quali Davide Oberto e Luca Andreotti, l’università di Torino ha professori attenti e capaci, prima tra tutti Giulia Carluccio. Credo che da questi vivai verrà fuori un’ottima classe dirigente, se messa in condizioni di agire e di operare. Come sessantenne ex d’assalto, mi chiamo fuori, domandandomi chi sia pronto a fare altrettanto.